Sinossi
Roma è una città complessa, affascinante e crudele, romantica e spietata. Il lavoro per l’ispettrice Riva non manca mai. Una rissa a Testaccio degenera e poco dopo qualcuno spara da un’auto in corsa. Una anziana coppia di ebrei scampati all’Olocausto viene ritrovata senza vita nella loro casa al ghetto. Sembrerebbe una rapina. Ma forse è qualcosa di più. Le due indagini si intrecciano con le vicende di vita dei tre protagonisti.
Sebastiano Cossu affronta una nuova sfida nell’alta ristorazione stellata, mentre Pielù si dedica al mercato d’arte coi suoi quadri, lasciandosi coinvolgere da una relazione che potrebbe metterlo in serio pericolo. Emi Riva si fa in quattro per seguire le indagini, sorretta dall’amicizia inesauribile dei suoi sodali fuori dal comune. Le loro frequentazioni variopinte la aiuteranno a fare luce sulle nubi nere di una guerra tra clan rivali della malavita organizzata che stanno oscurando la città. Tra ricchi collezionisti d’arte, malavitosi arroganti, pericolosi killer, Emi, Seba e Pielù si sosterranno, come sempre, uniti dal cemento della loro incrollabile amicizia.
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Anteprima del romanzo
Capitolo 1
Un’alba fredda e brumosa invadeva le strade di Roma. Una nebbia umida scivolava lenta e silenziosa sulle acque scure del Tevere e si insinuava tra le case e nei vicoli dei quartieri del centro. Il sole non era ancora sbucato all’orizzonte ma la sua luce illuminava già il cielo sopra la città. Seba era sveglio da un po’ e, come d’abitudine, stava passeggiando sulle banchine del fiume. I pensieri involontariamente erano andati al passato. Prima alla sua famiglia, alle sofferenze della malattia del padre, alla fatica del tentare disperatamente di gestire una situazione che, col senno di poi, purtroppo non era gestibile. La degenerazione di certe patologie non può essere curata; si può forse rallentare, ma non regredisce mai. Gli antipsicotici aiutavano a sedare e tenere tranquilli i malati, ma li svuotavano al tempo stesso, ed era triste vederli scivolare giù nell’abisso.
Camminando, Seba arrivò in un punto in particolare dove ricordava di essersi seduto, in una bella giornata di sole, a chiacchierare con Giada. Erano passati dei mesi ormai dalla sua morte e lui era andato avanti con la sua vita. Come è normale che sia per chiunque abbia uno spirito di sopravvivenza, ma quella donna ancora gli mancava. Spesso, quando gli capitava di pensare a lei, vedeva il suo sorriso dolce, i suoi occhi vispi e curiosi. Ricordò le sue labbra morbide, le sue risate allegre, il suo corpo liscio e tonico. Di lei gli era rimasto un ricordo dolce, non sentiva più la rabbia e l’amarezza che aveva provato quando il marito, Orlando Marinis, aveva deciso di liberarsi di lei commissionando l’omicidio a un balordo cubano di cui ora faticava anche a ricordare il nome. Seba se l’era vista brutta quando l’uomo aveva successivamente cercato di incastrarlo fornendo agli inquirenti prove artefatte contro di lui. Solo grazie ai suoi due amici più cari se l’era cavata, e ne era uscito quasi indenne. Comunque la paura, la sofferenza, la rabbia, tutto ciò era già passato, archiviato nel cassetto dei ricordi. È strano come la mente ci protegga, sia selettiva, conservi i ricordi migliori e seppellisca al tempo stesso tutti quelli brutti, dolorosi, come se nell’immenso archivio del nostro cervello le sensazioni e le immagini fossero catalogate in base alla piacevolezza e non al tempo o alla gravità.
Mentre ragionava su questo arrivò di fronte all’isola Tiberina, dal lato del Ghetto. Si fermò a guardare un gruppo di gabbiani che aveva scelto come rifugio una nicchia tra le pietre del vecchio ponte romano interrotto. Era una coppia con un cucciolo. I genitori lo nutrivano e stavano probabilmente aspettando che il piccolo si sentisse pronto per spiccare il balzo nel vuoto. Doveva essere strano saltare senza essere sicuri di saper volare. Ci voleva tanta fiducia. Bisognava confidare nella buona sorte. I due adulti gli mostravano la tecnica scendendo a più riprese a cercare qualche cosa da mangiare. A vedere loro sembrava tutto molto facile, ma il piccolo non si sentiva ancora pronto ed esitava. Apriva e sbatteva le ali col piumaggio ancora morbido e maculato, emetteva dei versi striduli, ma non trovava il coraggio per lanciarsi nel vuoto. Seba rimase parecchio tempo a osservarli, con le mani nelle tasche del giaccone di lana e il cappello in testa. Era ancora inverno e l’aria era fredda e molto umida. Il sole però si era finalmente alzato, e stava sciogliendo quella nebbia facendo brillare le acque del fiume e restituendo alla città la sua bellezza eterna.
A poche decine di metri di distanza Emi scese dall’auto di servizio di Matteo Lanza e, assieme al collega, mostrò agli agenti di guardia il tesserino della polizia perché li lasciassero entrare nel portone di quel vecchio palazzo in via dei Funari. Le scale erano strette e buie. I due poliziotti salirono al secondo piano dove si identificarono nuovamente con un terzo collega, che alzò il nastro bianco e rosso messo a delimitare l’area e li lasciò entrare nell’appartamento dei signori Piperno. La casa era buia, piena di oggetti. Un lungo corridoio tappezzato di fotografie e quadri, i ricordi di una vita lunga e intensa, li aveva condotti in un soggiorno ampio, ma sempre poco luminoso, arredato in maniera classica, con un misto di stili che non contemplava alcuna modernità. Nel complesso la coppia doveva cavarsela piuttosto bene economicamente. Sopra un camino c’era un grosso candelabro d’argento a sette bracci. Sulla base era incisa una stella a sei punte. Era una Menorah, un oggetto sacro per la religione ebraica, simbolo di fede e testimonianza della presenza di Dio. Del resto anche il cognome ne identificava l’appartenenza al popolo ebraico. La scena che si presentò davanti ai loro occhi era atroce. Una anziana signora, più vicina ai novanta che agli ottanta, era stata legata a una sedia con del nastro americano, aveva diverse ferite da taglio e le mancavano alcune unghie da una mano, che era rimasta stretta a attorno al bracciolo della sedia come la radice forte e nodosa di un albero che si aggrappa al terreno. Gli abiti erano intrisi di sangue. La testa della donna era chiusa in un sacchetto di plastica, rovesciata all’indietro, la bocca spalancata nella vana ricerca d’aria. Gli occhi aperti in una espressione di dolore e terrore. Il sangue era colato dalla poltroncina fino a terra e aveva inzuppato il tappeto persiano su cui era posizionata.
Di fronte a lei, legato allo stesso modo a una seconda poltroncina identica, c’era un uomo. La testa riversa in avanti col mento poggiato sul petto. Doveva essere anche lui intorno alla novantina. All’uomo, però, era andata meglio. Aveva un buco in mezzo alla fronte. Gli avevano sparato con un’arma di medio calibro, una 9, forse una 7.65. Il proiettile era uscito dalla nuca e si era conficcato nello schienale della poltrona insieme al sangue e al tessuto cerebrale della vittima, che avevano imbrattato fino anche alla credenza alle sue spalle. Un rivolo di sangue gli era colato addosso, sulla vestaglia di lana a quadri, quando la testa era caduta in avanti, ed era scivolato giù fino al tappeto, dove si era andato a ricongiungere col sangue della prima vittima. Emi lo notò, come se, anche nella morte, i due avessero cercato di stare insieme. Un pensiero poetico inappropriato a quella situazione, che era invece orribilmente macabra e atroce.
Un’agente donna andò loro incontro e, dopo aver portato la mano alla visiera del berretto in segno di saluto, disse: «Le vittime si chiamavano Rocco e Ada Piperno. Erano sposati, li ha trovati stamattina la colf, una certa Irina Layovic. La donna lavorava per la coppia da anni. Alla vista dei cadaveri ha chiamato i soccorsi e poi ha avuto un malore, attualmente si trova in ospedale, al Gemelli Isola. C’è un collega di piantone. Siamo in attesa della scientifica».
Emi e Matteo incamerarono le informazioni prima di continuare a ispezionare la casa. Adiacente alla camera da letto dei due c’era una cabina armadio, diversi abiti giacevano in terra disordinatamente, in fondo c’era una grossa cassaforte, un modello antico, di quelle con la combinazione numerica a rotella e una ruota per ritrarre le barre di chiusura. Era aperta. Emi e Matteo si infilarono prontamente i guanti di lattice per evitare di contaminare la scena del crimine e ne ispezionarono il contenuto, o per lo meno quello che ne era rimasto.