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IL RINOCERONTE SOTTO PELLE

AI e Biotech, il rischio ancora ignorato.

Oltre le fantasie, l’Intelligenza artificiale è una realtà tangibile, una questione di potenza e un vettore di potere. Un’infrastruttura alla base dei cambiamenti della nostra civiltà, ancora piena di punti deboli. Un romanzo che scava nei lati oscuri delle scelte di imprenditori e faccendieri per applicare senza scrupoli l’Intelligenza Artificiale nell’ambito biometrico, mettendo in evidenza gli enormi rischi e le imperfezioni delle nuove tecnologie.

 

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Prezzo: Il prezzo originale era: 16,50€.Il prezzo attuale è: 15,00€. (Iva Inclusa)

Disponibile

Dettaglio

Formato:

Brossura con alette

Uscita prevista:

dicembre 2026

Genere:

Thriller distopico

Info Autore

Angelo Gatto

Angelo Gatto

Angelo Gatto è nato a Torino nel 1962. Dopo una laurea in Sociologia, ha dedicato la propria vita professionale all’educazione degli adulti. È fondatore di alcune aziende che si occupano di formazione permanente. Consulente aziendale, negli ultimi anni ha indirizzato i propri interessi allo studio dell’impatto dell’intelligenza artificiale nei diversi ambiti della vita. Il rinoceronte governerà il mondo è il suo libro di esordio.

Sinossi

Dopo aver messo in crisi l’ordine mondiale, Atena, l’AGI (Artificial General Intelligence) creata dalla Zhang Hi-Tech Laboratories, ha allentato la sua presa ed è scomparsa.

Intanto Roger Fox, potente dirigente di una multinazionale farmaceutica, progetta un piano terribilmente ambizioso: unire le forze con i giganti della sanità privata, della assistenza socio-santaria e delle assicurazioni per generare un nuovo modello di welfare, soppiantando i decadenti modelli delle democrazie occidentali ormai sull’orlo del collasso.

Dietro questa idea si nasconde un piano immensamente redditizio e spaventoso: creare il più grande data base globale di dati biometrici, da rivendere ai migliori offerenti.

Anteprima del romanzo

1

Roger Fox

Roger Fox amava trattenersi in azienda il venerdì sera oltre il normale orario di lavoro. Nonostante il suo ufficio fosse protetto da tecnologie di avanguardia che lo rendevano totalmente insonorizzato, avvertiva istintivamente lo sciamare dei dipendenti che uscivano in fretta dal lavoro per raggiungere la metropolitana e i treni locali che li avrebbero traghettati verso il sospirato weekend. Il progressivo venir meno della luce naturale e l’accensione dei milioni di luci newyorkesi lo rilassavano e gli provocavano una sensazione di benessere. Erano quelli i momenti nei quali il suo cervello lavorava al meglio, libero dalle urgenze e dagli impegni che affollavano la sua agenda quotidiana.

Aveva coltivato quell’abitudine fin da quando aveva assunto i primi ruoli di responsabilità all’interno dell’organizzazione della Vexar, una delle più importanti multinazionali farmaceutiche del mondo. Laureatosi in Economia all’Università di Auckland in Nuova Zelanda, aveva successivamente frequentato il Master of Marketing nello stesso ateneo. In quel periodo aveva declinato le offerte di lavoro ricevute, determinato a lasciare la madrepatria per trasferirsi negli Stati Uniti.

Dopo qualche tentativo fallito, era riuscito a farsi assumere nella divisione Marketing e Sviluppo della Metlife, coronando così il suo primo sogno: poter lavorare e vivere nella Grande Mela. Erano stati anni di dura gavetta nei quali aveva affinato le tecniche acquisite durante gli studi universitari, cercando al tempo stesso di sopravvivere in una realtà nella quale gli unici valori che venivano considerati erano il fatturato, il trend di crescita e le quote di mercato. Aveva sperimentato sulla propria pelle l’euforia di quegli anni nei quali tutti gli indici aziendali puntavano verso l’alto e si attendeva solo la quantificazione dei cospicui bonus che avrebbero reso sfavillante il Natale.  In altri momenti aveva temuto per il suo posto di lavoro. Quelle maledette annate nelle quali non si erano raggiunti gli obiettivi prefissati. Aveva giurato a sé stesso di non dimenticarsi mai del groppo allo stomaco che avvertiva alla vista di un collega che tornava a testa bassa dall’ufficio del supervisore e, senza emettere una parola, cominciava a riempire uno scatolone con i propri effetti personali. In quei momenti la sua determinazione diventava ancora più forte: lui non si sarebbe mai trovato in quella umiliante situazione.

L’intensità di quella prima esperienza lavorativa era stata così serrata che solo al momento di lasciare la Metlife si era reso conto che erano già trascorsi cinque anni dal suo approdo a New York. Nel frattempo aveva cambiato casa più di una volta, alla ricerca di un luogo nel quale sentirsi davvero a suo agio. Gli affitti esorbitanti nelle zone più prestigiose della città le rendevano inaccessibili, nonostante Roger avesse già raggiunto una retribuzione di tutto rispetto. Tornava periodicamente a camminare in quelle strade a lui precluse, rinnovando ogni volta il patto con sé stesso: un giorno anche lui avrebbe vissuto in uno di quei palazzi esclusivi. Si era inizialmente sistemato nel Queens, prima a Woodside e successivamente ad Astoria, fino a quando aveva trovato un affascinante loft a Inwood, nella zona nord di Manhattan. Se ne era subito innamorato: l’ampia vetrata dell’appartamento che si affacciava sul Fort Tryon Park era un piccolo gioiello di quella metropoli. Amante dello jogging, adorava andare a correre costeggiando l’Hudson per poi imboccare uno dei molti sentieri interni che portavano a The Cloisters, un inaspettato museo che ricreava l’atmosfera di un monastero medievale. Giunto in quel punto solitamente si concedeva di riprendere fiato, percorrendo a passo moderato i bellissimi giardini che circondavano il museo. Alla Metlife si era segnalato per la sua intraprendenza e per la spregiudicatezza delle idee con le quali sosteneva le iniziative di marketing sui nuovi prodotti, motivo per il quale la decisione di licenziarsi si era materializzata in modo inaspettato. Durante il coffee break di uno degli ennesimi seminari motivazionali nei quali ti insegnano come tirare fuori la carogna che c’è in te camuffandola con tecniche dai nomi accattivanti, aveva avuto occasione di scambiare qualche opinione con altri partecipanti e il suo modo di fare lo aveva posto subito al centro dell’attenzione. Il suo metro e novanta associato a due spalle da rugbista universitario, la voce stentorea e l’assoluta fede in quanto affermava erano una combinazione vincente per non passare inosservato. Era così venuto a sapere che la Vexar aveva appena aperto una nuova divisione sulla quale non si sapeva molto ma che doveva necessariamente essere strategica per l’azienda dal momento che la sede operativa era stata collocata all’interno dell’headquarter mondiale, nel Vexar Building sulla Sixth Avenue.

Sul momento Roger non ci aveva prestato troppa attenzione ma poi si era reso conto che quell’informazione continuava a ronzargli in testa. Una domenica mattina, di ritorno dal suo solito giro di corsa nel parco, aveva riguardato e aggiornato il suo curriculum e lo aveva inviato alla Direzione HR di Vexar. Poi si era infilato sotto la doccia e se ne era dimenticato. Era trascorso circa un mese da quell’invio quando ricevette una mail sulla sua casella di posta personale che lo invitava a un colloquio conoscitivo da parte dell’ufficio di Vexar incaricato della selezione del nuovo personale. Da quel momento in poi gli eventi si erano susseguiti molto velocemente e dopo due mesi dalla sua autocandidatura Roger era un nuovo dipendente della multinazionale farmaceutica. Alla stregua di un virus che trova il suo ospite ideale e comincia a moltiplicarsi e diffondersi, Roger amava ricordare come si fosse trovato immediatamente a suo agio in quella realtà professionale.

La misteriosa nuova divisione aveva la mission di elaborare innovativi modelli di business che facessero evolvere il concetto della telemedicina verso le nuove frontiere aperte dall’avvento dell’intelligenza artificiale. Poiché l’impatto sociale delle iniziative da mettere in campo era significativo e ne avrebbe potuto decretare il successo o il fallimento, diventava centrale il ruolo della comunicazione e del marketing relazionale. Roger era stato assunto e inserito nel gruppo che aveva il compito di delineare le strategie con le quali l’azienda avrebbe raccontato al mondo le nuove frontiere che si apprestava a varcare. Quel giovane poco più che trentenne non aveva tardato a mettersi in luce rispetto agli altri componenti del suo team. Era brillante, innovativo, riconosceva istintivamente i momenti nei quali tacere e quelli nei quali poteva esibire le sue qualità istrioniche. Era innamorato del suo lavoro e quella caratteristica lo poneva sempre un passo avanti agli altri: leggeva tutto quello che potesse avere attinenza con il suo mondo, onnivoro alla continua ricerca di notizie, indiscrezioni, talvolta anche pettegolezzi. Disponeva poi di una freccia aggiuntiva al suo arco: ogni volta che sfoggiava il sorriso disarmante e una simpatia naturale diventava facile instaurare buone relazioni con gli altri, soprattutto se di genere femminile.

Il lato più oscuro del suo carattere che riusciva a nascondere con grande abilità, lo portava invece a calcolare in modo ossessivo ogni mossa, forse anche ogni singola frase che emetteva in pubblico. Nella sua testa continuava a riproporsi un mantra che gli ricordava come l’unico obiettivo da perseguire fosse quello di raggiungere il più velocemente possibile la cima alla piramide. Di conseguenza suddivideva in due sole categorie tutte le persone con le quali veniva a contatto: quelle da eliminare poiché di ostacolo alla sua corsa verso il successo e quelle da usare per rendere più facile il percorso.

Muovendosi con grande perizia all’interno dei meandri aziendali e facilitato dall’essersi trovato fin dal primo giorno nel Quartier Generale di quell’impressionante colosso, aveva rapidamente risalito la scala gerarchica fino a raggiungere la Direzione della nuova Divisione che tutti ormai chiamavano ‘Future Life’, nome adottato proprio grazie a una delle tante trovate di Roger. Era unanimemente considerato l’astro nascente tra le centinaia di dirigenti che popolavano il libro paga della società al punto che alla soglia dei quarant’anni gli era stato proposto di assumere il ruolo di Executive Vice President. La proposta nascondeva in realtà il tentativo di applicare la tecnica che gli antichi romani avevano sintetizzato con la frase ‘promovetur ut amoveatur’, consistente nell’offrire la promozione a qualcuno con il solo intento di rimuoverlo dal ruolo ricoperto in quel momento.

La trappola era stata architettata da James Seagal, potente Senior Vice President che non vedeva con favore l’enorme credito goduto da quel giovane senza scrupoli e non si capacitava di come il CEO non si rendesse conto del pericolo che poteva rappresentare per tutti loro. L’anziano dirigente aveva però sottovalutato l’informale ma efficacissima rete di relazioni interne che Roger aveva saputo tessere in relativamente pochi anni. Subodorata la trappola, Roger aveva invitato Seagal a bere un drink con la scusa di discutere i dettagli della sua prossima promozione. Di fronte a due Cosmopolitan era andato dritto al punto: nella prossima riunione di coordinamento con il CEO, Seagal avrebbe dovuto proporre di integrare la nomina di Roger a Executive Vice President garantendogli però il mantenimento ad interim della direzione della sua attuale Divisione. Come motivare quella decisione inusuale era una questione che avrebbe dovuto risolvere lo stesso Seagal. Così facendo avrebbe evitato che venisse alla luce la circostanza per la quale durante i suoi abituali viaggi ai Caraibi ci fosse sempre una tappa non dichiarata alla First Caribbean International Bank di Grand Cayman. Nella sfortunata evenienza che la notizia fosse trapelata, Seagal si sarebbe trovato nella scomoda posizione di dover fornire spiegazioni non solo all’interno della società ma anche al fisco americano.

Fu così che qualche giorno dopo Roger Fox divenne uno dei più giovani Executive Vice President nella storia della Vexar mantenendo il controllo della ‘Future Life’ per la quale coltivava progetti ambiziosi. Quella stessa sera la segretaria di Seagal ricevette a casa un pacchetto anonimo. Quando lo aprì per poco non svenne: all’interno, custodito in un suntuoso cofanetto, trovò un bracciale di Bulgari. I rubini incastonati a corona attorno a una testa di leone in oro si abbinavano perfettamente con il velluto rosso della confezione.

Erano trascorsi tre anni da quella promozione e il potere reale acquisito da Roger all’interno dell’azienda era ulteriormente cresciuto. Lo stesso Brian Southgate, CEO di Vexar, lo consultava spesso sulle questioni più rilevanti e non era un mistero per nessuno che lo considerasse il suo potenziale successore.

Come era sua abitudine in quei serali momenti di riflessione che si concedeva, Roger si era allentato il nodo della cravatta e aveva poggiato i piedi sulla scrivania, accavallando le gambe. Quando ogni mattina si guardava nello specchio di casa per controllare che il suo look fosse impeccabile, non poteva fare a meno di sorridere nel ripensare a quanto era stato felice nell’essere ricoperto di fango durante le partite di rugby del suo periodo universitario. In definitiva non era poi cambiato molto da allora. Anche adesso giocava su campi molto insidiosi, con la sola differenza che lo faceva indossando completi sartoriali, scarpe cucite a mano e cravatte di Hermes.

Sua moglie Sarah lo stava attendendo nel loro splendido appartamento all’ottantesimo piano del grattacielo residenziale al 432 Park Avenue dal quale si poteva godere di una vista spettacolare sulla skyline di New York e su Central Park. Quella sera avevano ospiti a cena ma Roger non aveva alcuna voglia di tornare a casa. Mille pensieri gli affollavano la mente e forse per la prima volta dopo molti anni nutriva il timore che qualcosa potesse andare storto.

Il piano che aveva immaginato era senza dubbio il più ambizioso di tutta la sua carriera. Ci lavorava ormai da un paio di anni con la pazienza propria del ragno che tesse la sua tela, giungendo ora a una svolta cruciale.

Fin dall’inizio era stato consapevole che non avrebbe potuto fare tutto da solo. Sarebbe stato indispensabile individuare partner strategici e potenti ma, ancor prima, sarebbe stato necessario che la Vexar gli desse mano libera, pronto a sostenerlo in caso di bisogno.

Rilesse per la milionesima volta il report che aveva redatto di suo pugno e che conteneva tutti i passi operativi che aveva elaborato in lunghe giornate di lavoro.

Un brivido simile a una scossa elettrica si diffuse lungo la schiena. Era arrivato al primo dei punti di non ritorno. La più grande partita della sua vita stava per cominciare.

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