Frammenti di un delitto

Un’amicizia al di là del bene e del male

Una amicizia così forte che va al di là di tutto, profonda come l’amore, pericolosa come il crimine.


 

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Prezzo: 14,00 (Iva Inclusa)

Disponibile

Dettaglio

Obiettivo Campagna

150 Copie

Obiettivo minimo

50 Copie

Termine Campagna

17 Settembre 2024

Consegna Prevista

Novembre 2024

Info Autore

Enrico Satta

Enrico Satta

Sono nato a Cagliari, in viale Poetto, la lunga via che costeggia il mare della città sarda.
Sono però cresciuto a Roma, alle spalle del colle Gianicolo, nel quartiere di Monte Verde, dove ho vissuto e studiato fino all'età di ventidue anni.
Col cinema si può dire che, passatemi il termine, mi sono scontrato a sedici anni, a Cinecittà, con qualche piccolo ruolo da attore o figurante. Nulla di importante, ma non per me, perché quei giorni sui set hanno segnato l'inizio dell'amore che ancora oggi provo per il cinema e per l'arte di raccontare storie.
Ho sempre avuto anche la passione per il disegno e ho avuto la fortuna di fare del disegno stesso una professione come illustratore e visualizer a Roma e poi come creativo a Milano.
Prima grafico e art director di tre grossi gruppi internazionali di pubblicità, per passare poi alla regia. Lavoro che ancora oggi esercito e che mi ha dato numerose soddisfazioni, premi, contatti e opportunità di viaggiare in posti come il Kenya, i Caraibi, il Libano e l'est Europa.
La mia passione per le storie era troppo forte per imbrigliarla in trenta secondi, tempo medio di uno spot pubblicitario, e per veicolarla alla sola vendita di un prodotto. Così, nutrendomi quotidianamente di centinaia di film e decine di libri, ho cominciato a scrivere soggetti per corti o lungometraggi, sceneggiature e format per la televisione, arrivando in un secondo tempo, con l'età matura, ad accarezzare l'idea di poter esprimere la mia creatività scrivendo romanzi.
In definitiva potrei dire che la mia passione è sempre stata quella di raccontare storie, a prescindere dal mezzo con cui lo faccio. Che si tratti di pennelli o pennarelli, di una macchina fotografica o di un pc, di una macchina da presa e una serie di ottiche, la mia "arte", permettetemi questo termine, è sempre quella. Sono un Cantastorie.

Sinossi

Il crimine non è che uno degli aspetti di questa storia. Protagonista è l’amicizia profonda che lega i tre personaggi principali, una di quelle amicizie che nascono sui banchi di scuola e che durano per tutta la vita. Un affetto profondo che spinge i tre, ormai adulti, ad aiutarsi a vicenda, e questo, spesso, serve anche alla risoluzione di casi più o meno semplici e di crimini più o meno complessi.

Seba, Emi e Pietro Lucio sono i tre amici. La vicenda si svolge in una Roma odierna, affascinante e difficile, lenta e sorniona.

Emi è una ispettrice della Polizia di Stato, è lei il tramite col mondo del crimine. Nata al nord e cresciuta a Roma, mossa da sentimenti puri e desiderio di giustizia. Seba è uno chef sardo, innamorato della sua isola lontana, al punto di cercare di trasmetterne i sapori ai suoi piatti, con una forte passione, oltre il cibo, per le belle donne, sua croce e delizia. Pietro Lucio, detto Pielù, è il rampollo di una antica e famosa famiglia della nobiltà romana, pittore per passione, ricco e un po’ matto, con amicizie molto varie, alcune delle quali ambigue, che certe volte però torneranno piuttosto utili.

Viene rinvenuto il cadavere di una giovane donna con cui Seba aveva una relazione. L’indagine conduce gli inquirenti a sostenere la colpevolezza dello chef. Saranno i suoi amici, la poliziotta e il pittore, gli unici a credere nella sua innocenza, con un estremo sforzo e numerose peripezie a cercare di scagionarlo e di far emergere la verità. Un’indagine che si svilupperà tra senza tetto, naziskin, ricchi imprenditori e malavitosi di diverse nazionalità.

Anteprima

Capitolo I

Cattive abitudini

Dopo una estate torrida e terribilmente secca, l’autunno era finalmente arrivato sui viali di Roma colorando le foglie degli alberi coi tipici gialli, rossi e marroni. Quella mattina pioveva, una pioggerellina debole, che rendeva l’aria pesante per gli uomini, ma sicuramente piacevole per le piante che, finalmente, dopo mesi di apnea, potevano tirare un sospiro di sollievo.

Seba camminava su Viale Trastevere, a quell’ora, prima del sorgere del sole, non c’era ancora tanta gente. Più tardi la solita bolgia di auto e di persone si sarebbe sicuramente riversata in quel tratto di strada maledicendo i lavori di aggiornamento della corsia preferenziale dei mezzi pubblici che avrebbero sicuramente, come ogni giorno nell’ultimo anno, creato un ingorgo indistricabile e fatto impazzire molti automobilisti. Ma al momento c’era un bel silenzio, come la quiete che precede la tempesta, un silenzio tale che era possibile sentire il rumore debole delle gocce d’acqua che cadevano sulle foglie o nelle pozzanghere. Il suono dei passi

sul marciapiede umido. Il cinguettare degli uccelli nascosti nelle fronde degli alberi che annunciavano l’alba. Faceva fresco, non tanto, ma abbastanza da trasformare l’alito in piccole nubi di fumo che si scioglievano subito dopo essere state emesse.

I semafori gialli lampeggiavano a intermittenza e gli spazzini erano intenti a fare il loro lavoro con le scope di saggina e i furgoncini marchiati col logo del comune, il tutto ovviamente con molta flemma. Uno di loro fischiettava indolente il brano “Paracetamolo” di Calcutta mentre spazzava via mucchietti di foglie già cadute.

Un gruppo di poliziotti a fine turno chiacchierava appoggiato alle due volanti ferme fuori da un bar.

Le radio all’interno delle auto emettevano il classico mix di suoni e voci gracchianti che sembravano essere un rumore enorme nella quiete di quelle ultime ore della notte.

A Seba, che da un po’ di anni aveva preso l’abitudine di dormire poche ore per notte, piaceva camminare nei momenti che precedono l’alba. Quella calma, quell’atmosfera, lo rilassavano, lo aiutavano a pensare, gli capitava di riflettere su tante cose, di lasciare andare i pensieri in libertà. Così quella mattina camminava e, senza accorgersene, si era messo a rivangare ricordi, della sua famiglia, in particolare di suo padre, morto da un paio di anni con l’Alzheimer, di come la malattia lo avesse sconfitto poco alla volta, di come avesse spento in lui le speranze di poterlo salvare, di come la rassegnazione, poco alla volta, avesse sostituito la voglia di combattere, e di come alla fine, impotente, avesse dovuto lasciarlo andare via senza nemmeno la possibilità di salutarlo come avrebbe voluto. Aveva cercato più volte di salvare almeno sua mamma da quell’inferno consigliandole di non lasciarsi trascinare in fondo a quell’abisso di solitudine e disperazione, accettando un aiuto esterno che però lei non aveva mai voluto finché non era stato tropo tardi. Con la morte di suo padre la madre aveva perso il suo scopo. Ora che non doveva più assisterlo e fare tutto per lui, le sue giornate si erano improvvisamente svuotate ed era andata peggiorando, tanto che anche lei ora era in uno stato di confusione, ansia e depressione, che la rendevano come un leggero drappo di stoffa in una giornata di forte maestrale.

Seba provava un’infinita tenerezza e tristezza per quella situazione, mista ad una specie di rancore nei confronti della vita che gli aveva riservato un destino tanto amaro.

I suoi erano due sardi di altri tempi, si erano fidanzati quando il babbo aveva diciassette anni e la mamma sedici, e da allora, tutta la loro vita era stata vissuta sempre insieme. Perdere il marito per sua mamma era stato come se le avessero amputato una metà di se stessa.

Quei pensieri tristi scanditi dai suoi passi lenti lo avevano condotto fino alla porta di un forno che, per arrotondare, vendeva abusivamente un po’ di cornetti appena sfornati al dettaglio. “Due vuoti e due alla crema!” aveva chiesto attraverso la saracinesca mezzo abbassata.

Poco dopo camminava verso casa col sacchetto dei dolci. La tristezza dei pensieri dell’andata era stata sostituita da un’idea per uno spiedino di pesce che da un po’ gli girava per la testa. Cumino, mentuccia, pangrattato, pepe rosa e lime. Era quest’ultimo che mancava. Il lime, in gocce e in scorza.

Era sempre stato un creativo, in cucina e fuori, e, come spesso avviene alle persone creative, l’ispirazione o l’intuizione arrivavano improvvise e inaspettate.

La luce del sole cominciava a schiarire il cielo che però era livido di nuvole cariche di acqua, i vicoli di Trastevere quasi deserti, i segni evidenti della notte appena trascorsa, bottiglie vuote, cartacce, rifiuti di diverso genere abbandonati in terra, qualche irriducibile che non voleva terminare la serata e si trascinava mezzo ubriaco in giro, i barboni nascosti nei loro rifugi di cartone e coperte lerce, i poliziotti e i paramedici di turno stanchi che aspettavano il momento di staccare per andarsene a casa, i netturbini all’opera per liberare i tombini e i marciapiedi dalle foglie e dalla spazzatura, i panettieri al lavoro nei forni da cui uscivano profumi inebrianti che si andavano subito a confondere e mescolare con puzze di ogni tipo, qualche persona insonne a spasso col cane, dei furgoncini stavano consegnando i quotidiani, qualcuno usciva da un portone con l’aria trafelata di chi è in ritardo, saliva in auto e partiva, qualcun altro si incamminava a piedi infreddolito e assonato con le mani sprofondate nelle tasche del giaccone. Il rumore era in aumento, qualche clacson dal Lungotevere, la sirena di una ambulanza che portava probabilmente qualcuno al Fate Bene Fratelli sull’Isola Tiberina. Il rumore delle saracinesche dei bar che venivano alzate. Una lite tra gabbiani per qualche scarto alimentare. Roma si stava svegliando.

Seba era arrivato a casa, un palazzetto vecchio in via della Lungaretta, aveva fatto le scale a due alla volta e si era liberato della giacca e delle scarpe non appena entrato in casa. Aveva acceso il gas sotto alla moka che aveva preparato prima di uscire e cominciato a disporre le paste e la zuccheriera su un vassoio. Non appena il caffè aveva gorgogliato nel beccuccio della moka aveva preso il tutto. “Sveglia pigrona!” aveva detto scostando le pesanti tende per fare entrare un po’ di luce nella stanza.

Nel letto c’era Giada, una bella donna sui quaranta, capelli biondi di media lunghezza morbidi, setosi e sempre profumati, due occhi verdi come il mare di certe spiagge della Gallura e un viso da modella, anche senza trucco era decisamente bella. “Nooo, è già ora?!” aveva protestato la donna mentre Seba, seduto sul letto, le sistemava i capelli dietro un orecchio. “Caffè caldo e cornetti, vuoti o alla crema!” aveva detto indicando il vassoio col mento. Lei aveva risposto con un sorriso e, facendosi forza, si era tirata su a sedere. “Brrr, che freddo!” Seba la aveva avvolta in una copertina per scaldarla un po’ e le aveva versato il caffè. Quando Giada sorrideva il suo viso si illuminava, le sue belle labbra scoprivano due file di denti perfetti e bianchissimi e una luce vispa e gioiosa le si accendeva negli occhi. Era uno spettacolo a cui Seba non era mai riuscito ad abituarsi ed ogni volta ne rimaneva affascinato.

“Forza, fai colazione che poi ti porto a casa!” “Uffa, non mi ci far pensare che il nostro week end assieme è già finito!” aveva protestato lei e lui l’aveva baciata, con tenerezza. Le labbra di Seba si erano toccate con quelle morbidissime e soffici di Giada. Poi le loro lingue si erano unite nella ricerca di una maggiore intimità. “E già, oggi torna tuo marito.” aveva detto Seba con un filo di voce, ma senza nessun tono recriminatorio, interrompendo quel bacio. “A proposito, non ti sembra strano che, con tutti gli chef a domicilio che esistono a Roma, abbia ingaggiato proprio me?” Giada lo aveva abbracciato da dietro e baciandogli teneramente la spalla aveva risposto. “No. Perché tu sei il migliore!” “Questo lo dici tu. Ce ne sono un sacco di persone che sanno fare bene da mangiare…” aveva ribattuto lui con modestia. “Pensi che sospetti di noi?” aveva detto Giada sorseggiando il caffè caldo. “Non lo so. Dimmelo tu!” “Mio marito è un uomo molto impegnato, ha il suo lavoro, e quello viene prima di ogni altra cosa, e poi non mi stupirebbe se un giorno dovessi scoprire che se la intende con qualche segretaria o con la nostra governante…” Lo aveva detto con leggerezza, senza drammatizzare.

Seba l’aveva guardata negli occhi, cercando di vedere dentro la sua anima, e poi quella domanda gli era venuta spontanea, sapeva che non avrebbe dovuto farla, erano le regole tra di loro, solo lei e lui, tutto il resto fuori, ma le parole erano già uscite dalla sua bocca “Se non lo ami, perché lo hai sposato?” È complicato!” aveva sospirato lei e lui si era subito pentito di quella domanda “Ok. Non mi devi alcuna spiegazione. Scusami. Non avrei dovuto chiedertelo” Giada lo aveva guardato intensamente e poi, con un piccolo sospiro amaro, aveva continuato “Certe volte le cose non vanno come vorremmo, e quando si è giovani soprattutto non si pensa alle conseguenze delle nostre azioni.”

La colazione a letto era stata un momento intimo e piacevole ma il tempo stringeva. Giada doveva rincasare prima del marito o si sarebbe trovata in difficoltà. I due avevano ripreso a baciarsi e Giada, che si era accorta del coinvolgimento emotivo e fisico del suo amante, era sgusciata via dal suo abbraccio. “Ma dove vai? Mi voi lasciare così?” aveva protestato lui.

Giada aveva riso e poi, nuda, era scivolata fuori dal letto per correre in bagno.

Dalle parole della donna Seba aveva dedotto che il suo non era un matrimonio felice, basato sull’amore, ma immaginava che fosse il frutto di una conveniente unione tra famiglie, una specie di matrimonio d’affari, come si usava nel medio evo. Era buffo, e alquanto strano, pensare che ancora potevano esistere certe realtà. Era curioso ma non voleva chiedere, non voleva sapere troppo, alle volte, quasi sempre, il mistero rende le cose più affascinanti, e invece conoscere dettagli e particolari uccide la poesia e con lei anche il desiderio. Quando erano insieme il resto del mondo doveva restare fuori dalla porta. Era questo il patto.

Seba guardava fuori dalla finestra e sentiva l’acqua della doccia che scorreva. Aveva cominciato a piovere più forte. I sampietrini bagnati e lucidi, le auto già impacchettate in un ingorgo che sarebbe durato per tutto il giorno. Il frastuono di una città ormai già frenetica e nervosa si alzava dall’asfalto verso il tetto di nuvole grige.

Seba aveva aperto la finestra per far cambiare l’aria nella stanza e respirare un poco di aria fresca quando dal vicolo sottostante aveva sentito urlare “A fio de ‘na mignotta, ma che nun le vedi e strisce?!”

Un anziano protestava contro un motociclista ormai già lontano sventolando un bastone da passeggio. “A sor Pi, ce vonno cent’occhi!” aveva detto il garzone di una pizzeria al trancio, intento a tirare su la saracinesca, dando ragione all’anziano.

Aveva chiuso la finestra e si era seduto in poltrona per leggere le news sul cellulare quando Giada lo aveva raggiunto col suo accappatoio addosso e i capelli umidi. “Pensavo mi raggiungessi nella doccia?!” si era seduta a cavallo delle sue ginocchia lasciando che la spugna si aprisse e baciandolo teneramente. “Non abbiamo tempo! Ricordi?” aveva risposto lui richiudendo l’accappatoio per non cedere al fascino del corpo nudo e umido della donna “Potremmo riprendere il discorso più tardi.” aveva suggerito la donna.

“Oggi insegno!” “Peccato!” aveva brontolato lei col broncio da bimba delusa. “Dai ora vestiti che ti porto a casa!” “In moto? Con la poggia? Non ci penso nemmeno. Prendo un taxi!”

Aveva composto il numero del radio taxi e inserito il viva voce per essere libera di rivestirsi nel frattempo.

Dal cellulare uscivano le note di “Pictures of you” dei Cure mentre Giada finiva di rivestirsi. Seba la guardava, era così bella che un sorriso dolce gli si era aperto sul viso. “Cosa c’è da sorridere?” “Mi stupisco ogni volta che mi accorgo di quanto sei bella! Ma che ci fai qui con me?” “Scemo!”

I’ve been looking so long at these pictures of you That I almost believe that they’re real

I’ve been living so long with my pictures of you

That I almost believe that the pictures are all I can feel

Quella canzone apparteneva prepotentemente alla adolescenza di Seba, quante notti con gli amici, quanti sogni, quante speranze, quante storie di amore eterno che si infrangevano puntualmente, quante delusioni, quante lacrime e quante risate, quanti momenti andati che non sarebbero mai più tornati, come l’innocenza, una volta che l’hai persa non puoi ritrovarla più. Aveva quindici anni e tutta la vita davanti quando sentiva per la prima volta quella canzone, era nuova, era diversa dalla musica del passato, anche lui era diverso, credeva nella possibilità che il mondo diventasse un posto migliore, quando lui e quelli come lui sarebbero diventati adulti, non avrebbero potuto essere peggio di quelli prima, anzi, e invece lo erano e se ne sarebbe accorto solo col passare del tempo.

Ci sono certe cose, alcuni odori, alcuni brani di musica, alcuni posti, che ci entrano nel cuore e che sono capaci di risvegliare ogni volta sensazioni ed emozioni che dormono dentro di noi.

La colonia da barba del nonno, l’odore di chiuso nella cantina della casa al mare, la gomma del canotto con cui giocavamo da piccoli, il rumore affettuoso del Phon, la musica che ci ha accompagnato nella crescita.

Una botta di nostalgia e di melanconia lo stava invadendo dentro quando, per sua fortuna, la voce del radio taxi aveva interrotto le note per dire “Siena 32 in sette minuti” Giada lo aveva baciato appassionatamente, aveva afferrato al volo uno dei cornetti rimasti, ed era scappata in strada “Ci vediamo Giovedì prossimo a casa mia!” aveva detto prima di staccarsi da lui “Sarà dura vederti e non poterti toccare!” “Si. Lo sarà per entrambi!”

 

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