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Asia e il Vestito di Vetro – un viaggio verso il sentire

La storia di una fanciulla di nome Asia.
Asia è la Fanciulla, l’Amante, la Madre, la Strega, l’Anziana o la Saggia. Archetipi femminili che hanno una storia, un vissuto, delle fattezze e un nome. Basterebbe fermarsi, rivolgersi dentro, chiamarle e chiedere: “Ciao, Fanciulla mia, come stai?”, e poi ascoltare.

Romanzo illustrato da Milena Colombo.

Prezzo: Il prezzo originale era: 16,00€.Il prezzo attuale è: 14,00€. (Iva Inclusa)

Dettaglio

Formato:

Brossura con alette

Illustrazioni:

33

Genere:

Romanzo di formazione

Info Autore

Noemi Altobelli

Noemi Altobelli

Nata a Roma nel 1994, scrive da sempre, definisce il suo metodo “scrittura delle ombre”. Molti suoi testi nascono da un viaggio interiore, da un dialogo con l’inconscio e con le sue parti dimenticate che cerca di riportare alla luce. Ama gli archetipi, i tarocchi e i linguaggi simbolici, che spesso diventano chiavi di lettura della sua scrittura.
E' danzatrice, insegnante di yoga, cantautrice, e attrice in formazione presso la scuola Teatro Natura.
Laureata in Giurisprudenza, con un Master in Economia dello Sviluppo, ha vissuto e lavorato negli ultimi otto anni in diversi luoghi del mondo — dall’Africa occidentale all’America Latina, fino alle isole del Pacifico. Vive a Roma, e continua a lavorare in ambito internazionale nel settore della sostenibilità agroalimentare (Conscious Food Systems Alliance).

Sinossi

Asia e il Vestito di Vetro racconta il viaggio di Asia, la Fanciulla archetipica, che vive in ciascuna donna. Colei che non è ancora adolescente, ma non più bambina. In queste pagine la vediamo attraversare una soglia interiore e compiere una trasformazione profonda: da Fanciulla a Vergine. Vergine nell’antico senso custodito dalle mitologie egizia e greca. Vergine come essere che non si misura attraverso l’altro, ma si radica in una relazione autentica e profonda con sé stessa. Sovrana del proprio corpo, spirito, e direzione.

Anteprima del romanzo

CAPITOLO PRIMO

La famiglia di Legno, Fiamme e Vetro

C’era una volta una collina di uliveti, una casa cantoniera, un cortile sontuoso, un Padre con lo stomaco di legno e una Madre vestita di fiamme.

Il Padre amava creare con il legno ogni sorta di oggetto, piccoli capolavori. Vedeva una possibilità là dove c’era solo un frammento abbandonato. Nel tragitto verso casa, era solito raccogliere tutto ciò che potesse essere trasformato. Tronchi, cortecce, pietre e cose lasciate da chi non avrebbe rimpianto quegli oggetti carichi di memoria. Portava ogni cosa nel suo garage-rifugio; lì, con pazienza e dedizione, dava nuova vita ai suoi ritrovamenti, rendendoli unici, decorando con essi ogni angolo della casa. Con quegli oggetti entravano anche i ricordi di cui essi erano portatori. La casa assumeva così personalità sempre diverse, a volte in contrasto tra loro, risultando eclettica, quasi a voler confondere la propria identità.

La Madre, conosciuta come Donna Burrasca, era un tornado di emozioni. Un impeto, capace di travolgere con la sua furia e soffocare con la sua dolcezza; difficilmente riusciva a mantenere un equilibrio.  La Madre era spesso esasperata dal trambusto creativo che il Padre lasciava dietro di sé. Quando arrabbiata, si accendeva d’ira incendiando tutto ciò che la circondava; quando intenerita, scioglieva ogni cosa che toccava. Lui, nel tempo, divenne un maestro nel ricostruire ciò che lei consumava con le fiamme: comodini, vasi, strumenti musicali, grammofoni, e scrivanie.

Un giorno, più impetuosa che mai, la Madre eruppe in un ruggito per liberare la propria collera e lanciò fuoco su una statua di marmo bianco appena scolpita dal Padre. Dall’unione tra l’ardente furia e l’arte infusa nella pietra bianca, nacque la loro bambina, dalla pelle marmorea.

La chiamarono come il grande continente dai colori vivaci, lo stesso da cui provenivano molti degli oggetti nella stanza in cui era nata: Asia. Tre divenne il numero perfetto della loro esistenza.

E mentre la Madre danzava con Asia esprimendo tutto il suo amore con la passione di un Vulcano, il Padre gioiva nel costruire giochi per lei. Era la felicità. Quanto a questa bambina, ebbe certamente una nascita molto particolare, eppure il suo destino le chiederà di darsi nuovamente alla luce.

Vanità

Che creatura magnifica Vanità di grande bellezza: un essere immortale con le sembianze di donna grigio marmorea. Aveva lunghe ali carnose che emergevano dall’estremità inferiore del dorso, su cui brillavano occhi d’arancio.

Un giorno di primavera, Vanità visitò i genitori di Asia. Entrò in casa e si sedette accanto al grammofono in salone. Si presentò come una benefattrice, un’amica gentile che desiderava vedere la piccola crescere. Vanità promise che sotto le sue benedizioni e cure la bambina sarebbe divenuta la più bella di tutte le fanciulle della contea, e anche al di fuori sarebbe stato raro incontrare una creatura di pari grazia e perfezione. I suoi lineamenti avrebbero incantato, la sua sola presenza avrebbe fatto tacere ogni altra voce nella stanza.

I genitori, ingenui, le credettero, erano così orgogliosi che la loro unica amata bambina, avesse attratto le attenzioni di una tanto maestosa creatura immortale. Fu così che le diedero il permesso di vedere Asia in qualsiasi momento lei volesse. In verità, Vanità era una creatura famelica che amava insinuarsi nell’Anima delle persone e diventare una loro parte inseparabile: confondersi con i loro pensieri, i sogni, e paure.

Dal giorno in cui l’accordo fu stretto, qualcosa nella bambina cambiò. Ogni mattina, al primo sorgere della luce, un minuscolo vetro colorato germogliava dalla pelle di Asia, una gemma preziosa, come se la luce stessa avesse deciso di cristallizzarsi e abitarle il corpo.

Giorno dopo giorno Vanità si nutriva dell’ammirazione silenziosa degli spettatori, della loro invidia, dello sguardo approvante. Ogni volta che qualcuno restava incantato dalla bellezza della bambina, Vanità cresceva, si fortificava, diventava più viva. Era come una vite rampicante: all’inizio sottile, quasi invisibile, poi sempre più avvolgente, stringendo con severità ogni angolo dell’identità di Asia, fino a renderla un’estensione viva e pulsante del proprio potere.

Nonostante si potesse pensare il contrario, Asia e Vanità crebbero insieme.

Tra loro c’era un affetto vero, nato nell’infanzia: giocavano, si raccontavano, si confidavano l’una con l’altra. Asia si fidava ciecamente di Vanità. Per lei non era solo un’amica, ma la più intima tra tutte, così vicina da non lasciare spazio alle altre. Vanità non desiderava condividere. Voleva essere l’unica, voleva essere scelta ogni volta, amata in modo totale. Chiedeva devozione, sacrificio, sincerità. Asia doveva essere nuda davanti a lei: nessun segreto, nessuna parola taciuta, nessun pensiero custodito altrove.

Asia imparò a temere di ferirla. Ogni nuovo incontro, ogni gioco con altri bambini, portava con sé una possibile minaccia alla fragile quiete di Vanità. Asia cercava allora di rassicurarla, di consolarla, sacrificandosi. Smise a poco a poco di ascoltarsi, di sentire i propri desideri, di vedersi davvero. Sentiva solo il dolore di Vanità, di colei che avrebbe dovuto prendersi cura di lei, e che invece chiedeva di essere accudita.

Asia smise di giocare bene presto e all’età di dodici anni divenne di una bellezza assoluta.

Attorno al suo corpo di bambina si formò una corazza scintillante, composta da milioni di vetri luccicanti, pronti a riflettere ogni sguardo. Queste schegge vitree, se inizialmente erano delicate come le ali di una libellula, si trasformarono gradualmente in dure e fredde lastre, un misto di ambra e ghiaccio. Ogni lastra era un sigillo: cristallizzava un tratto, una qualità, per l’eternità. E se ogni minimo movimento la faceva brillare riflettendo le luci attorno, nulla più la attraversava.

Questo momento, tanto atteso dai genitori e celebrato da Vanità, segnò la fine silenziosa e

irreversibile dell’infanzia di Asia. La fine della sua crescita, del suo divenire. Il tempo si fermò su di lei; non avrebbe più cambiato, né età, né aspetto. Ora e per sempre, prigioniera del suo stesso incanto. Asia, l’eterna fanciulla. Asia non poteva più muoversi con la leggerezza dei suoi coetanei.

A dodici anni il suo corpo era imprigionato in un abito rigido e tagliente, che la costringeva a passi innaturali. Eppure, per quanto Vanità si sforzasse di insinuarsi fino in fondo nel suo animo, qualcosa le sfuggiva. Esisteva un luogo a cui non aveva accesso: uno scrigno segreto, nascosto persino alla stessa Asia.

Forse era proprio questa la sua impotenza. Se Asia non vi era mai giunta, neppure Vanità poteva penetrarvi. Cresciuta tra elogi e sguardi adoranti, Asia restava una creatura timida e silenziosa, amante della solitudine, dello studio, della lettura — un’inclinazione rara in chi è posseduto da Vanità. La sua bellezza era un involucro splendente, ma dentro di lei quello scrigno misterioso a volte tremava come un singhiozzo, da cui sgorgavano desideri inattesi: il piacere di affondare i piedi nel fango, di macchiarsi le ginocchia di verde, il verde di quel prato su cui non riusciva più a stendersi, ferita dalle lastre che la ricoprivano. Vanità si sentiva minacciata da quei desideri e cercò di sbarazzarsene, inghiottendoli lei stessa ogni volta che comparivano.

Un giorno era appena piovuto e la collina risplendeva nei suoi colori più vivi. Gli ulivi che abbellivano la valle riflettevano la luce del sole, creando una distesa d’argento che illuminava la montagna. Camminando verso casa, Asia rifletteva sul suo compleanno in arrivo, e sulla sua età. Iniziava ad intuire che una bellezza eterna l’attendeva. I genitori, attenti, non le avevano mai raccontato nulla dell’accordo con Vanità. Fu allora che, all’orizzonte, scorse una macchia di verde più chiaro. Avvicinandosi, vide aprirsi davanti a sé una lunga discesa costellata di fiori di dente di leone, che ondeggiavano al vento come piccoli soli impazienti di raccontare storie.

Tutto accadde in un’istante, spinta da una mano invisibile, Asia si lanciò, rotolando lungo il prato, accarezzata dalla luce del sole e dal canto dell’erba.

Al suo arrivo a valle, Asia sorrideva con il volto verso il cielo limpido, sdraiata a braccia aperte, come una stella caduta su un prato. Rimase lì immobile tra i fiori e il respiro della terra per un bel po’ di tempo. Quando cercò di alzarsi, il dolore la trafisse: le lastre taglienti del suo abito avevano inciso la pelle. Il sangue colava lento, mescolandosi alla terra umida e ai petali gialli.

Una febbre improvvisa la avvolse. Asia si ammalò, ferita da ciò che più amava e che aveva dimenticato: la libertà.

La Madre, passeggiando lungo il sentiero, scorse in lontananza una figura distesa ai piedi della valle. Il cuore le balzò nel petto quando riconobbe Asia.

Corse verso di lei trovandola pallida, febbricitante, il corpicino inciso da ferite: morsi di vetro.

Subito chiamò il Padre, e insieme la riportarono a casa. Nella disperazione più profonda, chiamarono Vanità. Vanità apparve. Maestosa e furente, si stagliò davanti a loro, colma di ira. Le ali si aprirono come ventagli di fuoco, e la sua voce rimbombò nell’aria come un tuono:

“Ho raccolto rugiada per dare profumo alle sue lacrime.

Ho divorato petali di rosa affinché la sua pelle brillasse del candore più puro.

Ho vegliato nella notte per catturarne il mistero, perché somigliasse alla Luna e non a una qualsiasi stella smarrita.

Ho sottratto raggi al Sole — bruciandomi — perché i suoi capelli risplendessero come oro vivo.

E così mi ripagate? Con la vostra ingratitudine?”

I genitori, confusi e impauriti, tentarono di placarla, cercarono parole che potessero convincerla, ma ogni supplica si infranse contro il muro del suo orgoglio ferito. Vanità non volle ascoltare.

Abbandonò il corpo di Asia e fuggì senza voltarsi, lasciandola in preda alla febbre, lì spezzata.

Si aprì un vuoto incolmabile.

Asia era rimasta senza una parte della sua anima, portata via da quella inquilina tanto ingombrante. Conscia del suo passato, aveva memoria di chi era stata, ma nel suo presente non c’era più. Asia si sentiva come quando da un libro si strappano via la restante metà delle sue pagine: la storia che contenevano svanisce, interrotta, lasciando solo frammenti di chi era.

Ma alla perdita si aggiunse qualcosa di più crudele: la mancanza.

Asia la cercava nel dolore. La chiamava senza voce. Il suo corpo cercava Vanità. Senza di lei tremava, sudava, piangeva per l’abbandono, e ne sentiva un bisogno umiliante.

Il vestito di vetro era ridotto in rovina. Molti frammenti si erano spezzati sul prato, altri le si erano conficcati nella carne, scavando ferite profonde. E poi c’erano quelli più antichi, quelli che la rivestivano da sempre: vetri spessi e opachi come fondi di bottiglia, un tempo splendenti, ora incrostati di terra e sangue. Con la partenza di Vanità, nessuno di essi brillava più.

Eppure, il vestito non voleva lasciarla andare. Anche privo della sua artefice, continuava a stringerla, a possederla, come se l’abitudine fosse diventata una legge del corpo.

Restava il dolore.

E da lì si doveva ricominciare a scrivere la parte del libro che era stata strappata.

Asia doveva guarire.

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