L’architettura della verità

La verità è una superficie d’acqua: la minima scossa rivela che il suo essere piatta e rassicurante non è che una momentanea bugia


 

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Prezzo: 14,00 (Iva Inclusa)

Disponibile

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Obiettivo Campagna

150 Copie

Obiettivo minimo

50 Copie

Termine Campagna

24 Settembre 2024

Consegna Prevista

Novembre 2024

Info Autore

Gioconda Joplin

Gioconda Joplin

Sono nata a Modena, città in cui risiedo. Mi sono laureata in Lingue e attualmente lavoro come educatrice presso una scuola elementare, mentre studio per conseguire una seconda laurea in Scienze dell'Educazione.
Il mio pseudonimo è Gioconda Joplin. Questo nome mi è venuto in mente guardando un poster in cui figurava la Gioconda con gli occhialini tondi e colorati di Janis Joplin. Pensai all'assurda possibilità che alla Gioconda sarebbero davvero potuti piacere e che li avrebbe indossati volentieri.
Pensai anche all'assurda possibilità di diventare scrittrice, dicendomi allora che avrei indossato quel nome con la stessa fierezza e noncuranza con cui magari la Gioconda, nel 1500, avrebbe portato quegli occhiali bizzarri.
Quando scrivo non ho alcun intento se non quello di divertirmi. E di divertire. Questa libertà - il diritto di creare senza uno scopo o un progetto - è la fortuna dei bambini, e me la tengo ben stretta. Se chiedo a uno dei miei alunni perché sta buttando giù una storia, lui mi risponderà due cose, entrambe vere: non lo so, perché mi piace.
Questa è anche la mia risposta, a trentaquattro anni.

Preservare il più possibile questo piacere spontaneo e genuino è la mia priorità. Forse è per questo motivo, paradossalmente, che leggo poco. Questa sorta di eremitaggio narrativo mi consente di rimanere più vicina agli autori che ammiro di più, ovvero i bambini, i semicolti e gli analfabeti: coloro che prendono in mano una penna perché animati da una fantasia personale, atavica e non dirottata.
Se i libri mi appaiono come sabbie mobili, ciò non accade per le poesie e per i film, che divoro spesso e volentieri. Osservare, più che leggere, immaginare, più che interpretare, influiscono sicuramente sul mio stile, che per certi aspetti penso possa risultare visivo e lirico.
Sarà infatti molto più probabile che io abbia pensato a David Lynch, e non a Lovecraft o Borges, nello scrivere una scena onirica, che il soffermarsi su un gesto essenziale mi abbia riportato alla mente Rossellini piuttosto che Verga, che l'avvicinarsi e allontanarsi da un dettaglio abbia più a che fare con Schlesinger che non con Gogol, che la staticità di una scena e i silenzi sappiano più di Bresson o Kaurismaki che di Murakami e così via.
Dopotutto, però, penso che nella testa qualsiasi storia, prima di diventare libro, sia un film. 
E penso anche che le immagini, come i concetti, siano il germe di qualsiasi parola.


Sinossi

Patrick, uomo narcisista e misogino, incontra Louise, donna di una bellezza sfacciata e naïf. Nonostante la sincera attrazione reciproca, il temperamento dell’uno si scontra presto con quello dell’altra: Patrick, vittima dei propri rigidi schemi mentali e di un sistema di valori distorto, vede nella frivolezza di Louise una superficialità che mal si adatta all’immagine che si è costruito di lei e che a tutti i costi è deciso ad addossarle.
Vincendo ogni riluttanza Patrick continua a frequentarla. Il suo interesse sempre più ossessivo nei confronti della donna lo porterà a infiltrarsi in maniera parassitaria nella sua vita privata, venendo a conoscenza di scomodi segreti che riguardano Louise e le persone che la circondano.
A poco  poco tutti i personaggi si troveranno faccia a faccia con le conseguenze dei loro errori o vizi, e dovranno giostrarsi tra verità che sarebbe meglio tacere e bugie che converrebbe invece raccontare. 

Anteprima

 1. Verde e rosso

Lunedì 28 Maggio 1999

«Igor è sempre stato un idiota.Nonostante l’amicizia che ci lega, non posso ignorare la sua stupidità. Dovreste vederlo mentre gongola fra quelle quattro mura, parlottando del tempo, delle notizie sui giornali, dei formaggi francesi, dei misteri dell’Universo, di ciò che lo circonda e che mai capirà. Igor parla della vita o, per meglio dire, di quel gioco di ruolo con cui la confonde. Sì, perché la sua esistenza consiste nel galleggiare sulla superficie torbida del mondo. Rimanere in balia dello spazio e del tempo, facendosi prendere per i fondelli da entrambi.Igor non vive. Igor sta. La sua volontà è come una bolla. Vuota, inconsistente; prende una direzione solo in base ai soffi che la raggiungono. Se gli dici che il suo piatto preferito sono le pietre, Igor ci crede. Se gli chiedi di non tagliarsi i capelli, puoi stare certo che non li taglierà più. Eccetera, eccetera. Vedete, non sono i paesaggi mozzafiato, le coperte che sanno di pulito, le mance date dai nonni, le croste sulle ginocchia, le notti di sesso o chissà cos’altro a rendere la vostra esistenza tale, bensì la volontà. Il resto sono solo dettagli. Particolari che le circostanze della vita vi lanciano addosso e che possono figurare nella storia di chiunque. Solo la volontà, signore e signori, vi permette di dare un significato a quei dettagli. A farli unicamente vostri.

Ma torniamo a Igor.Dovete sapere che la sua identità è nascosta in un angolo del suo cervello al quale nemmeno lui ha accesso. Non ricorda nulla di quel giovedì di sei anni fa, quando è stato portato qui in clinica. Forse, direte voi, Igor ricorda, ma non ha nessuno con cui confidarsi. Lo state già immaginando che piagnucola solo soletto nella sua camera, in compagnia di un peluche senza un occhio e quelle tre pasticche da assumere ogni cinque ore. Voi vorreste un Igor vittima di un sadico destino, ma quanto è facile accusare la sorte quando non si vogliono ammettere le proprie colpe! Perché la verità, signore e signori, è che le sfortune non esistono. Non c’è nessun fato avverso o dèi adirati col genere umano, bensì solo gli uomini: in carne, ossa, capelli, sangue, succhi gastrici, feci. Tanto immortali da rimanere incastonati nella corona della storia, ma capaci di crepare per un microscopico batterio. Gli umani, sì, quelli che si credono divinità, quando non sono nemmeno in grado di accudire una pianta e il loro parente più prossimo è la scimmia. In questo mondo c’è solo l’uomo. Con le sue responsabilità. E le sue conseguenze. Igor non può che incolpare se stesso per come si è ridotto. Si è imbottito di droghe tanto da bruciarsi il cervello, e ora eccolo qua. È la famosa legge della natura, quella che sfoggiamo quando vogliamo disfarci dei più deboli senza sentirci troppo sadici. Tuttavia, nonostante i suoi evidenti problemi, Igor sarà dimesso.Gli psicologi lo hanno definito autosufficiente. D’altronde per stare al mondo non servono né un’identità né un cervello, ma bastano un apparato gastrointestinale funzionante e qualche banconota in banca. Igor dunque sarà finalmente libero. Lui, però, non sa che quella libertà non gli darà la dignità che si merita.Vedete, noi medici -come anche i preti e le prostitute –siamo soliti dispensare vita, morte, miracoli e promesse. Offriamo però sempre una verità, parziale o assoluta che sia. Poco importa che la diciamo per rassicurare, spaventare, scherzare, dominare, ricattare. Sempre di verità si tratta. Gli psicologi, al contrario, mentono. Io lo dico sempre: mai fidarsi di una scienza che dà per scontato che chiunque possieda un cervello su cui lavorare.Quegli strizzacervelli si sono beffati del povero Igor. Perché la sua conquista sarà solo illusoria. Lui verrà sbattuto in uno squallido palazzo popolare, gli passeranno mensilmente una manciata di dollari centellinati da un giudice ladro. Smetterà di lavarsi. Diventerà obeso. Ma loro, con voce flautata e occhioni da levatrice, gli diranno che ce l’ha fatta, che è finalmente diventato padrone della sua vita. E Igor, ebbro di bugie, sogni e sedativi, finirà per crederci.Quando lui riceverà quel mazzo di chiavi, tutti avranno la coscienza a posto e la questione sarà chiusa. Ma state tranquilli, non permetterò che Igor passi il resto dei suoi giorni a credere che quello sia il massimo cui può aspirare. A proposito, lasciate che vi racconti qualcosa in più su di lui. Igor è morto sei anni fa. Un giovedì. Prima di quel giorno lui era qualcuno. Qualcun altro, perlomeno. Due frasi lo separano dalla sua vecchia vita. La prima: Igor è stato trovato presso la stazione metropolitana di Pelham Bay Park, nudo e senza documenti. La seconda: aveva il viso interamente coperto di sangue ed era imbottito di metanfetamine. Fine. Questo è tutto ciò che sappiamo di lui. Il resto è segregato nella memoria dei parenti, che hanno saggiamente optato per disconoscerlo. Io ho provato a domandargli qualcosa sul suo passato, ma ho ottenuto solo un criptico il verde è il colore più bello, una frase che ripete spesso dal giorno del suo ritrovamento.Ah, ovviamente Igor non è il suo vero nome. Sono stato io ad attribuirglielo. Io sono l’unico, qua dentro, che gli ha dato la dignità di essere chiamato con una parola che non si riferisse a una patologia o a un numero di stanza. Per lui avevo valutato diversi nomi. Titoli di film, sigle. Addirittura un prodotto per sgrassare i sanitari -suonava bene ed era comunque meglio di niente -. Un giorno, nel mostrargli una rivista di dubbia moralità, gli chiesi di indicarmi la donna che gli sembrava più attraente. Igor appoggiò l’unghia su una ragazza dai capelli rossi. Il suo nome era Ivy Gore Smith. Il gioco era fatto. Igor Smith!, esclamai battezzandolo con una pacca troppo violenta sulla fronte. Lo ammetto, mi sentii un dio. Incredibile quanto una manciata di lettere possano ridare vita a un morto! Ebbene, con quel nome, il mio nome, lui si presenterà al mondo. E questo è merito mio, il suo creatore. Da quell’episodio la nostra amicizia si è consolidata. Ad oggi posso dire che Igor farebbe davvero qualsiasi cosa per me. Se mai ne avrete l’occasione, chiedetegli chi c’è dietro il suo nome. E non meravigliatevi se vi risponderà che il verde è il colore più bello. Non ha ancora perso il vizio di ripetere quella strana frase».

Dei passi concitati distolgono l’attenzione dei presenti dall’uomo in mezzo alla stanza. «Continui, dottore», piagnucola qualcuno strattonandogli il camice, «la prego». Dopo qualche minuto il viso arrossato di un’infermiera si affaccia alla porta.«Che succede?», domanda lei.Nessuno risponde.Gli sguardi dei presenti la raggiungono per poi scivolare svenevoli lungo le pareti. C’è chi comincia a girare su se stesso. Chi scoppia a ridere. Chi si sfrega le mani sulla testa. Gli occhi della donna abbracciano la stanza per poi soffermarsi sulla sedia rossa posta al centro. Tira appena su col naso, mentre graffia lo spazio circostante con sguardi inquisitori. Dal corridoio alle sue spalle si avverte un rumore, non abbastanza interessante da attirare la sua attenzione. Pian piano la stanza comincia a riempirsi di bisbiglii. Di nuovo, una risata sguaiata. L’infermiera allora scuote il capo, si guarda ancora attorno. Poi, stiratasi la schiena, esce.

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